Judo et Société: Viaggio nella Storia e nell'Anima del Judo Francese
Share
Se l'Europa è oggi una superpotenza globale nel mondo del Judo, gran parte del merito va alla Francia, il paese europeo che vanta la più antica adesione e il maggior numero di tesserati al mondo dopo il Giappone.
Ma come ha fatto una disciplina orientale a mettere radici così profonde nella cultura transalpina? E come si è evoluta la frattura tra la difesa personale delle origini, l'agonismo esasperato e la ricerca del benessere interiore?
A queste domande risponde un saggio straordinario del 2001 (purtroppo ancora inedito in Italia): "Judo et Société. Des plaisirs du Judo au Judo plaisir" (Judo e Società. Dai piaceri del Judo al Judo come piacere), pubblicato da Noris Sports.
A scriverlo sono tre firme d'eccezione che hanno fatto la storia del Judo d'oltralpe: Jean-Claude Brun-Aube (dirigente ministeriale), Jean-Claude Brondani e Jean-Paul Coche (entrambi leggendari bronzi olimpici a Monaco 1972 e Cinture Nere 7° Dan).
Dai Samurai ai Cavalieri: Perché la Francia ha amato il Judo
La prima affascinante tesi del libro individua un parallelismo culturale inaspettato. Il successo travolgente del Judo in Francia risiede nella sovrapposizione quasi perfetta tra due codici etici medievali: il codice della Cavalleria europea (celebrato nelle Chansons de geste) e il Bushido dei Samurai giapponesi.
Entrambi i mondi si fondano sui medesimi pilastri:
- La difesa dei più deboli e il senso di giustizia.
- Il coraggio davanti al nemico e la fedeltà ai propri principi fino al sacrificio.
- Valori universali come l'onore, la sincerità, la generosità, la cortesia e la frugalità.
Questo terreno culturale condiviso ha reso i francesi straordinariamente ricettivi al messaggio del Kodokan.
Dal Gioco Esoterico alla Rivoluzione delle Cinture Colorate
Gli autori suddividono la storia del Judo francese in grandi macro-periodi:
1. Il Periodo Esoterico (1900 - Secondo Dopoguerra)
Agli inizi del '900 l'attenzione è tutta per il Ju-jitsu, un mix esotico di difesa personale e filosofia. Nel 1936, l'ingegnere Moshe Feldenkrais fonda il Ju-Jitsu Club de France, frequentato persino da scienziati Premio Nobel del calibro di Frédéric e Irène Joliot-Curie.
La svolta verso il Judo moderno arriva nel 1946 con la fondazione della Fédération Française, sotto l'influenza del maestro giapponese Mikinosuke Kawashi. Fu proprio Kawashi a compiere un'operazione di marketing e didattica rivoluzionaria: inventò la progressione delle cinture colorate (gialla, arancione, verde, ecc.) per stimolare gli studenti occidentali, prima abituati solo al bianco e al nero. Tuttavia, in polemica con la Federazione, nel 1947 Kawashi fonderà lo storico "Collegio delle Cinture Nere", dando vita a una scissione che durerà fino al 1971.
2. Il Periodo Tutto Sportivo (Da Metà '900)
Con l'introduzione dei Campionati Europei e delle categorie di peso, il Judo si trasforma in uno sport olimpico. I tradizionalisti insorgono, gridando alla deriva commerciale. Persino grandi maestri giapponesi intervengono nel dibattito: Risei Kanō (figlio del fondatore) dichiara che per suo padre le categorie di peso erano "impensabili", mentre il mitico Kyūzō Mifune (10° Dan, soprannominato "il Dio del Judo") non si oppone alle gare, ma ribadisce che combattere contro avversari più pesanti è l'unico modo per affinare la vera tecnica.
L'esasperazione sportiva degli anni successivi finisce però per mettere in secondo piano i Kata, la storia e l'etica, concentrandosi solo sulla preparazione atletica. Un modello basato solo sui campioni che, come evidenziano gli autori, rischia di diventare frustrante per i praticanti dei club di base.
La Terza Via: Le "Judo Plaisir"
È qui che il saggio tocca il suo nucleo centrale. Gli autori propongono una terza via, alternativa alle etichette riduttive di "judo amatoriale" o "ricreativo": il Judo Plaisir (il Judo Piacere). Nessuno sport può fare davvero del bene se non viene praticato con piacere. Nel Judo, questo sentimento si evolve attraverso stadi precisi:
- Il Piacere Fisico ed Emozionale: I ricordi indelebili dei primi passi goffi sul tatami, la cintura bianca mal annodata, la presa incerta e la prima proiezione subita che lascia sbalorditi e indolenziti.
- Il Piacere Mentale della Caduta: Accettare che "è cadendo che si impara il Judo". Vincere la paura di volare sul tatami significa imparare a dominare sé stessi. Il culmine è il raggiungimento della Cintura Nera: un corpo modellato dalla fatica, ma finalmente libero e indipendente dalla mente.
- Il Piacere Primitivo del Randori: In gara il corpo non mente. Sotto lo sguardo dell'arbitro l'ansia scompare. Le braccia diventano "antenne" capaci di percepire ogni minimo squilibrio dell'altro, fino all'esplosione dell'Ippon – che gli autori descrivono quasi antropologicamente come il piacere ancestrale di essere sopravvissuti al combattimento.
L'Estetica e la Fraternità sul Tatami
Ma il Judo non è solo sconfiggere l'avversario. Il saggio ricorda due momenti di pura elevazione spirituale e sociale:
- Il rispetto sacro: L'epico gesto di Anton Geesink alle Olimpiadi di Tokyo 1964. Dopo aver battuto l'idolo di casa Akio Kaminaga nella finale Open, Geesink bloccò i suoi tifosi che stavano per invadere il tatami in festa, imponendo il silenzio e il rispetto per salutare degnamente lo sconfitto.
- La bellezza del gesto: Il piacere estetico incarnato negli anni '50 in Francia dalle memorabili dimostrazioni di Ichiro Abe, inviato speciale del Kodokan, che elevò i Kata a vera e propria arte visiva.
L'Impronta Culturale: Dalle Avanguardie Artistiche alle Periferie Sociali
A riprova di come il Judo sia una filosofia d'azione capace di permeare ogni aspetto della società, gli autori dedicano le pagine finali del saggio a una straordinaria carrellata di esempi pratici, dimostrando l'impatto della disciplina sull'arte, sull'intelletto e sul riscatto sociale:
- Il Judo nella Cultura e nell'Arte: Il testo mappa l'influenza del tatami su menti brillanti e creative. Troviamo il pittore Pierre Roussel, capace di reinterpretare le proiezioni geometriche del Judo attraverso splendide litografie debitrici della tradizione calligrafica zen; il Premio Nobel indiano Rabindranath Tagore, che nel 1913 scrisse un poema sul Judo e ne fondò la cattedra all'Università di Calcutta; e il celebre direttore d'orchestra Georges Prêtre, Cintura Nera ribattezzato "l'atleta con la bacchetta" per la direzione energica e dinamica mutuata proprio dal movimento marziale.
- La Terapia Sociale nelle Carceri e nelle Scuole: Il saggio stringe poi il focus sulla straordinaria funzione inclusiva del Judo francese. Se da un lato la disciplina si è rivelata un formidabile supporto motorio ed emotivo per bambini affetti da malattie rare o portatori di handicap, dall'altro ha dimostrato la sua forza terapeutica nei contesti più difficili, come gli istituti penitenziari. Nonostante le iniziali resistenze dei sorveglianti – timorosi di addestrare i detenuti al combattimento –, laddove le guardie carcerarie erano a loro volta Cinture Nere il Judo è diventato un potentissimo strumento di reinserimento e rieducazione contro la violenza.
- La Risposta all'Emarginazione delle Banlieues: L'ultimo, profondo laboratorio sociale analizzato dagli autori è quello delle difficili periferie francesi (le banlieues). In contesti dominati da emarginazione, rabbia e aggressività stradale, il Judo offre ai giovani un'alternativa concreta. Per superare la violenza distruttiva, questi ragazzi hanno bisogno di sentirsi – per citare un celebre pensiero di Gandhi – "capaci di battersi, forti e sicuri di sé". Il tatami insegna loro a canalizzare l'energia, a combattere con orgoglio ma nel rispetto assoluto delle regole e dell'avversario. Una lezione di civismo che, non a caso, la Francia ha scelto di inserire capillarmente nei programmi di educazione fisica di tutte le sue scuole pubbliche.
Conclusione: Condividere la Fatica
Il Judo Plaisir teorizzato da Brun-Aube, Brondani e Coche ridefinisce lo spazio del Dojo. Il Judo si fa solo in due: non esiste crescita senza l'altro.
Per questo, la vera ginnastica e la vera scuola di vita consistono nel far lavorare insieme sul tatami cinture nere e principianti, uomini e donne, veterani e giovani, pesi leggeri e pesi massimi. La specializzazione ad oltranza e l'ossessione per la medaglia distruggono l'essenza della disciplina. Perché, come insegnava Kanō, il vero judoka deve puntare alla vittoria su se stesso, prima che a quella sull'altro.